Oggi vi racconto una storia

C’era una volta Andrea. Andrea camminava su un sentiero, in montagna, un sentiero lungo, di cui non riusciva a scorgere la fine. Camminava, giorno e notte, senza riposarsi, senza fermarsi, senza mangiare, l’unica cosa che sapeva di dover fare era camminare. Il sentiero, quasi sempre, offriva paesaggi meravigliosi: quante albe e tramonti fra le montagne, quante notti stellate, quanti animali fra gli alberi e canti di uccelli; pettirossi e allocchi musicavano le sue giornate e gli tenevano compagnia. Talvolta però, il paesaggio mutava improvvisamente, spaventando Andrea con tuoni, fulmini, lampi, acquazzoni; tutti gli animali correvano a nascondersi e lui rimaneva solo, spaventato su un sentiero ostile.

Andrea non sapeva perché fosse lì, sapeva solo di dover camminare e camminare, fino a un punto non preciso; immaginava che una volta raggiunto lo avrebbe riconosciuto. Non sapeva nemmeno come ci fosse arrivato, tutti i ricordi che aveva, per quanto si sforzasse di tornare più indietro possibile con la memoria, erano su quel sentiero, a camminare. Passarono vari giorni, e il sentiero di Andrea cominciò ad incrociarsi con altri sentieri, di altre persone che camminavano e camminavano, proprio come lui. Qualche volta i sentieri si incontravano una sola volta, per poi allontanarsi per sempre; altre volte, invece, dopo essersi incontrati proseguivano vicini e si intrecciavano nuovamente, per poi separarsi ma restando sempre uno accanto all’altro. Andrea imparò così a conoscere altre persone, a condividere con loro l’esperienza del cammino, i suoi dubbi, le sue gioie. Scoprì che non tutti, come lui, facevano attenzione al canto degli uccelli: altri avevano imparato ad ascoltare il rumore del vento tra le foglie, altri ancora coccolavano piccoli mammiferi, come gli scoiattoli, altri avevano scoperto piccole fragoline rosse lungo tutto il sentiero, deliziose da gustare durante il cammino.

Quando arrivava il temporale però, tutti cercavano di ripararsi a modo loro, senza curarsi più degli altri. Fu il temporale a distrarre Andrea quando cadde. In un giorno particolarmente brutto, solo sul sentiero, poiché tutti si erano allontanati a cercare protezione, Andrea cominciò a chiedersi perché. Perché era li? Chi lo aveva messo su quel sentiero? E dove stava andando? E perché gli altri non erano stati con lui fin da subito? Perché nemmeno loro sapevano dove stessero andando? E perché per loro questo non era un problema? Perché esiste il temporale? Insomma, se qualcuno ti mette su un sentiero, l’unica indicazione che ti dà è “cammina”, non ti dice dove vai, non ti dice perché, non ti dice nulla se non di camminare, e tu accetti e ti fidi, questo qualcuno dovrebbe almeno curarsi che non ci siano pericoli, che il paesaggio sia sempre bello, altrimenti è quasi una presa in giro. Avvolto da questi pensieri, e con il sentiero poco visibile per via dei nuvoloni grigi che avevano nascosto il sole, non si accorse del grosso buco e vi cadde.

Cadde dentro ad un buco e il buco era troppo profondo per riuscire a tornare su, era scivoloso perché aveva piovuto, così Andrea decise di rimanerci per un po’, almeno finché non passava il temporale. Ma il buco era buio, e per questo distinguere giorno e notte, temporale e giorni di sole era impossibile. Andrea aveva sempre visto il sentiero da fuori, dall’alto, e sapeva come affrontare ciò che capitava, giorno per giorno, solo all’esterno. Non era mai stato nel buco, aveva sentito parlare di questa possibilità ma né lui, né nessuno che lo conoscesse ci era mai stato. E così perse la cognizione del tempo, perse le forze, perse gli amici, perse le piccole gioie perché da lì non poteva nemmeno sentire gli uccelli cinguettare e pian piano si abituò a questo. Ad un certo punto si dimenticò del sentiero, era ormai così abituato a stare nel buco che sembrava quello il posto giusto dove stare, il sentiero era un ricordo ormai molto vago, a cui Andrea non riusciva a dare un senso. Se ne stava lì, al buio, nel suo buco a far passare i giorni. Ogni tanto qualche persona passava lì accanto sul sentiero, sbirciava nel buco e, sorpresa di trovarci qualcuno, urlava “Ehi, tutto bene? Che ci fai lì sotto?” e Andrea rispondeva “Tutto bene grazie, sto qui un po’ seduto a riposarmi, buon viaggio!” perché questo era quello che credeva, che fosse lì per riposarsi, ancora per un po’, perché lì si stava bene. Poi un giorno passò qualcuno di più attento e si accorse che c’era qualcosa che non andava, così si ingegnò in qualche modo per trovare un attrezzo utile a tirarlo fuori dal buco. Alla fine trovò un ramo abbastanza lungo, e lo tese nel buco, verso Andrea. Ci vollero tantissimi giorni per tirarlo fuori. Prima questa persona dovette convincerlo a venire fuori, convincerlo che il posto giusto dove stare non era quello, non era un buco nero e buio, ma il sentiero soleggiato, all’aria aperta in compagnia della natura. Una volta convinto, Andrea dovette risalire il buco, tenendosi saldamente aggrappato al lungo bastone che gli era stato porto, ma era da tanto tempo che non si muoveva, che stava seduto e i suoi muscoli non erano più abituati a fare sforzi. Dovette quindi impegnarsi per poter scalare la parete e per farlo impiegò moltissimo tempo. Una volta fuori, improvvisamente si ricordò del sentiero, di quanto fosse bello; lo vide, la luce dell’alba che brillava dietro la sagoma delle montagne, il cielo rosa su di lui, gli uccellini che cinguettavano per annunciare l’inizio di una nuova giornata, l’odore del muschio, l’odore buonissimo degli alberi, le fragoline nascoste sul sentiero. Si accorse improvvisamente di quanto il buco fosse brutto, scuro, buio, con un forte odore di umido, di muffa, silenzioso e allo stesso tempo assordante nei suoi pensieri. Se ne accorse solo una volta uscito.

Andrea, felice, riprese il cammino sul suo sentiero, in compagnia della persona che lo aveva salvato dal buco. Ora però il suo sentiero era pieno di buchi. Alcuni più piccoli, facili da evitare, altri più grandi; a volte per un lungo periodo non incontrava nessun buco, altre volte, invece, ce n’erano moltissimi e riuscire ad evitarli tutti comportava un enorme sforzo per lui. In questi casi, veniva preso dallo sconforto: “Perché devo faticare per evitare tutti questi buchi quando so che più avanti ce ne saranno altri? Tanto vale lasciarsi cadere e smettere di impegnarsi per mantenersi sul sentiero”, ma fortunatamente c’erano persone con lui che gli davano la forza e il sostegno necessari per andare avanti, magari percorrendo un tratto particolarmente accidentato insieme a lui. Imparò alcuni metodi utili, come mettere un bastone sufficientemente lungo sopra al buco per poterlo attraversare: mantenere l’equilibrio era difficile, ma con l’allenamento imparò a non cadere e diventò, anzi, piuttosto veloce. Con il tempo, i buchi sul sentiero di Andrea diventarono sempre più radi e meno frequenti. Ma Andrea sapeva che non  se ne sarebbero mai andati del tutto, fino alla fine del suo cammino. Avrebbe cercato di evitarli tutti, senza caderci mai, godendo il più possibile del paesaggio, anche di quello temporalesco, degli incontri fatti, cercando di apprendere il più possibile dalle altre persone e di rilassarsi ascoltando i suoni della montagna, fino alla meta.

Questa è la storia della depressione, di come la vedo io. E’ qualcosa in cui cadi all’improvviso, e in cui non capisci di essere finche non ne esci, diventa la tua realtà: sai che qualcosa non va ma non capisci cosa, perché per te quello è “normale”. E una volta uscito, il rischio di caderci ancora è sempre dietro l’angolo, momenti di stress, momenti tristi che ti tolgono la forza di combattere questo demone. E’ una cosa che non finisce.

Spero che sia stato utile o almeno piacevole leggere questo racconto, a presto, Myxozoa.

 

Nomi strani con un significato bellino

Buongiorno a tutti miei cari lettori, dopo l’articolo particolarmente caustico e aggressivo sugli uomini brutti, vi propongo un nuovo articolo, sulla scia di uno precedente sui nomi del quale avete richiesto a gran voce un sequel. Questo in realtà sarà leggermente diverso dal primo, in quanto ho pensato di considerare nomi strani, poco usuali, ma con un significato bello o regale o interessante. Come forse si era capito già dal precedente articolo, sono una super fan di nomi strani ma regali, quindi nomi di imperatori romani, di dee e di muse, o ancora di principi (la prova del nove per decidere se un nome è bello, per me è mettere davanti “re” o “principe” e se mi evoca qualcosa che ho studiato in storia allora vuol dire che il nome è abbastanza regale) e così ho deciso di mostrarvi come alcuni nomi particolari, che non ci suonano particolarmente bene, possano avere un bel significato.

Partiamo di gran carriera con un nome strano, che ho sentito nella vita, ma non perché appartenesse a qualcuno (per fortuna mia e di tutti quelli che conosco): Adalgisa. Premesso che la prova del nove qua non funziona, ho scelto i nomi accuratamente, e che non suona benissimo, passiamo subito al suo significato. Questo nome deriva dal germanico “adal”=nobile e “gisal”=ostaggio. Avevo per caso detto che il significato era bello? Scherzone ahaha. Cioè questo nome, oltre a non essere particolarmente bello, significa “nobile ostaggio“, ostaggio, o s t a g g i o, non so se mi spiego. Altre fonti fanno risalire il nome al germanico “adal” e “gisil”=freccia. E la situazione non migliora neanche così, dato che essere definiti “frecce” non so quanto mi ispiri, anche se (nota di merito) nei modi di dire questo sostantivo ha solo accezioni positive. In ogni caso se ci fermassimo ad “Adele” potremmo chiamare nostra figlia semplicemente “nobile”, che non fa poi così schifo ecco.

Filomena. Non conosco nessuno che si chiami nemmeno così, ma ho visto un film intitolato con questo nome, preso da quello della protagonista stessa. A me non suona poi così male, ma possiamo concordare tutti che non sia un nome usatissimo e che chiamassimo così nostra figlia la condanneremmo ad anni di bullismo (vabbe che puoi anche chiamarti Anna e ti prendono in giro lo stesso, però cercare di limitare i danni può essere una buona tattica). Filomena deriva dal greco “philos”=amico e “menos”=forza, quindi significa in modo abbastanza confuso “amica della forza” anche se un riadattamento a “forza dell’amicizia” forse avrebbe più senso e sarebbe più compreso e apprezzato. Inoltre, a quanto pare è un modo aulico per dire “usignolo” in poesia, variante super preferibile alla prima poiché gli usignoli sono bellini, cantano bene, hanno quasi sempre connotazioni positive (che io sappia almeno) e quindi top, Filomena è stato approvato dalla critica dei nomi qua scrivente. (Postilla per i classicisti, se esistono, che leggono il mio blog: le informazioni le ho trovate su wikipedia, quindi se i sostantivi greci sono tradotti sbagliati prendetevela con il webbe).

Passiamo ora ad un nome che mi ha fatto sempre molto ridere, non so nemmeno perché, di persona che effettivamente conosco (e, considerata la sua variante, ne conosco più di una che lo porti), Ermanno, con variante Armando. questo nome deriva dal germanico longobardo “hariman” composto da “hari”=esercito, popolo in armi e “mann”=uomo. Il significato complessivo del nome è quindi “uomo d’armi, guerriero“. Devo dire che, aldilà dell’azzeccarci o meno, magari come Marco nasci pacifista e ti chiami guerriero e li chi ferma più il tuo disturbo bipolare di personalità derivato da questa dissociazione interiore, il significato è abbastanza regale, suona male ma è complessivamente approvato anche questo.

Elvira, nome di una mia prozia o cugina di settordicesimo grado, ancora non ho capito, è uno dei miei preferiti sulla lista. Suona solo strano, e non particolarmente male e ha un significato che secondo me è bellissimo. In realtà la sua etimologia è molto dibattuta, quindi riporterò qui solo le varianti che mi sono più piaciute, quelle più accreditate e meno confuse. Qualcuno fa risalire questo nome all’arabo, con significato “la bianca“, altri alla parola ebraica “elbirah” che significa tempio di Dio. Religiosi o meno, possiamo concordare che sia un significato importante. Se poi siete leghisti tra “tempio di Dio” e “la bianca” avete solo l’imbarazzo della scelta per decidere il significato preferito da attribuire alla vostra figlia bianchissima purissima levissima italianissima. Comunque, Elvira top della lista indiscusso.

Alfredo, ho uno zio con questo nome, in fatto di stranezza è il mio preferito: deriva dal sassone e significa “consigliato dagli elfi“. Io non so cosa avessero questi popoli barbari che chiamano le figlie “nobile ostaggio” e i figli “consigliato dagli elfi”, sicuro le droghe che giravano a quei tempi erano meglio delle nostre. Io me lo immagino Legolas che mentre due sassoni fanno l’amore si avvicina quatto quatto e sussurra all’orecchio di lei “chiamalo Alfredo” ma io boh.  Altro significato può essere “molto pacifico“, che è già meglio. Valutazione: divertente, ma nel complesso no, bocciato.

Ma voi lo sapevate che il nome Zeno, di Zeno Cosini, che voleva sempre smettere di fumare non smetteva mai, quello della coscienza, significa “consacrato a Zeus“? Io ho già finito di commentare. La valutazione sarebbe positiva, ma purtroppo nessuno associa Zeno a Zeus e lo associamo tutti al personaggio di un libro che siamo stati obbligati a leggere alle superiori, tendenzialmente ricordi negativi, quindi anche no eh, ecco (parentesi: grazie Italo Svevo di aver reso inutilizzabile un bel nome).

Archimede. Nome conosciuto da tutti grazie al celebre personaggio di Paperino Archimede Pitagorico, non molte persone vantano la conoscenza di qualcuno che porti questo nome, io personalmente si. Come nome è molto particolare, è sicuramente difficile da portare, però il suo significato è davvero bello e importante. Deriva dal greco, dalle parole “archein”=essere il primo e “medomai”=essere intelligente, e significa dunque “che eccelle per intelligenza e capacità intellettuali“, ah che roba. Io lo consiglio, è un nome di grande stile. Poi magari vi nasce eccellente nel nuoto, ma fa niente, tanto di persone pazze che cercano i significati di qualsiasi cosa ci sono io e pochi pochi altri, non vi preoccupate. Approvato anche questo.

Concludo questo lunghissimo articolo e la lista in generale con un nome che è un errore praticamente su tutti i fronti: Glauco. Allora questo nome ha come significato “brillante”, “luccicante”, “verdazzurro”, “ceruleo”, colori insomma. E’ stato usato da Omero per descrivere il mare e poi qualche simpaticone ha associato il colore agli occhi, probabilmente per farsi burla del povero Omero che era anche cieco, io non lo so e quindi ora c’è una malattia degli occhi che si chiama glaucoma. Allora, questo nome suona male, potrebbe portarlo solo il mio bisnonno e solo se facesse parte dell’altissimissima società, significa verde e assomiglia al nome di una malattia. Ve ne prego, non condannate nessuno ad un’esistenza con un nome simile.

grazie, Myxozoa <3

Egoisti vs zerbini

Buongiorno cari fiorellini miei, per voi oggi altra classifica di uomini brutti della Rubrica Cuori Infranti. Parleremo di due grandi tipologie in cui penso si possa suddividere il mondo maschile in particolare nel corso delle relazioni (quindi non parliamo di approcci fallimentari, prese in giro per portare a letto le ragazze ma di comportamenti attuati nella vita in coppia).  Le due categorie studiate sono per l’appunto gli egoisti e gli zerbini.

ZERBINI — Partiamo da quelli di cui ho avuto meno esperienza, cioè gli zerbini, quei ragazzi che nel momento stesso in cui si fidanzano annullano se stessi per dare tutto all’altra persona indiscriminatamente, anche soffrendo pur di poter stare con loro. Penso che in questo caso il ruolo giocato dall’innaffiatoio sia marginale, possono anche scegliere di non annaffiare affatto se questi sono i desideri del partner. Qui il molliccio si definisce tale non in quanto appendice del proprio annaffiatoio, ma piuttosto come appendice del partner, che decide ogni cosa, condiziona le vite di entrambi e tratta il ragazzo in questione come, appunto, uno zerbino. La cosa interessante che ho potuto notare è che questi mollicci sono tendenzialmente d’accordo con tale condotta, non cercano di ribellarsi, cercano solo di far felice il loro partner. Penso che questa tipologia di ragazzi sia perfetta se non si vuole mai litigare, danno sempre ragione, probabilmente quando li lascerete (credo che una vita con una persona che ti dice sempre che hai ragione sia un po’ noiosa) non si ribelleranno, vi daranno ragione e poi si chiuderanno alla ricerca di loro stessi, dopo essersi persi nella vostra immagine come fulcro della loro vita.

GLI EGOISTI — Ecco, questi sono i miei preferiti, tant’è che me li scelgo sempre così. Cosa succede quando una ragazza si mette con un egoista? La risposta è niente. Niente, perché questi mollicci pensano che stare con una ragazza sia come avere un paio di scarpe comode comode in borsa, che quando i tacchi cominciano a farti male te le cambi e ti metti le sneakers. Per loro la relazione è un po’ una sicurezza più che qualcosa su cui investire, da coltivare e da curare giorno per giorno. Vuoi uscire? Esci. Vuoi stare a casa? Stai a casa. Vuoi innaffiare? Innaffi e sei anche sicuro che non prenderai strane malattie, tanto la ragazza quella è. La vita di questi eroi prosegue come prima, come fossero ancora single, come se le loro scelte non influissero minimamente sulla vita del partner. L’innaffiatoio qua un piccolo ruolo lo gioca, tipo individuare un fiorellino che in effetti gli piace molto, il problema è che non manda gli stimoli adatti perché poi il molliccio si impegni a tenerselo, questo fiorellino. Per riconoscerli, un elenco delle loro migliori mosse: dare buca, dare buca dimenticandosi di avvisare, scegliere sempre cosa fare anche se a voi non va bene, pretendere di avere ragione su questi comportamenti quando vi arrabbiate. In realtà probabilmente a modo loro vi apprezzano e ci tengono, il problema è fargli capire che il “modo loro” non va bene e devono adeguarsi, perché ora non sono più soli, ora stanno con qualcuno.

E niente, se sapessi come ci si comporta per aiutare queste persone ad essere persone normali anche quando si fidanzano (perché poi nella vita mica sono così, né gli zerbini né gli egoisti, nella vita loro sono persone totalmente diverse, solo con il partner diventano pazzi come se fossero costantemente Dr. Jekyll e si tenessero Mr. Hyde solo per la loro ragazza, solo per lei si trasformano, tendenzialmente in peggio) lo avrei già fatto. Quindi per oggi niente consigli, solo esperienze di vita che so che molte ragazze capiranno. Come unico indizio vi dico: potete lasciare i vostri ragazzi, prendere una malattia venerea da qualcuno (facciamo la candida che è fastidiosa ma blanda) e passarla a tutti i vostri ex, se la meritano.

Baci, e un po’ di rabbia, Myxozoa <3

Altre cose che non capisco

Sono giunte alla mia attenzione nuove cose che trovo prive di senso e così ho deciso di parlarvene. Già che ci sono avviso tutti i miei adorati lettori e fanz che sto lavorando a qualche articoletto più impegnativo (che non fa ridere insomma) quindi mandatemi un feedback se riuscite tipo “nooo che chifo gli articoletti impegnativi” oppure “sii ieee che bello”, non lo so, qualcosa che mi aiuti a regolarmi su se farli o no.

IL TRATTEGGINO DEI CRACKER — Allora, ditemi un po’ se avete anche voi questo problema: compriamo i cracker e tutti hanno quel tratteggino malefico che sembra essere fatto per romperli esattamente a metà no? Ecco, a me non si rompe mai un bel niente a metà, ma anzi mi si sbriciolano tutti, mi si rompono, un incubo insomma. Quindi ho due domande: la prima, perché fate il tratteggino ai cracker se tanto ha la stessa utilità di mio nonno in carriola? Ecco e la seconda domanda invece è questa: se ci tenete tantissimo a fare questo maledetto tratteggio, non potete almeno farlo bene? Perché poi il tratteggio dei cracker ti tenta proprio a provare a romperlo per vedere se ci riesci e quindi anche se sai che fallirai, anche se non ti piacciono i quadrati ma i rettangoli si, anche se hai una bocca così larga che potresti mangiartelo in un sol boccone e per lungo, lo rompi comunque e poi vien fuori una ciofeca con la righetta tutta storta, le briciole oh ma allora se fate una cosa fatela bene per piacere.

I SITI UNIVERSITARI — Chi di voi lettori è o è stato universitario come me saprà che i siti universitari sono il buco nero dell’internet: tu ci entri e poi ti ci perdi e basta, rimani inglobato in una nuova dimensione spazio-temporale e possiamo dirti tutti addio perché tanto hai superato l’orizzonte degli eventi e non c’è possibilità che tu torni indietro sano e salvo. Niente allora io mi chiedo: ci sono i designer di pagine web, gli ingegneri informatici, scienziati della comunicazione, tutto quello che volete che si laureano, no, all’università. Ma non potete pagarli per farvi fare un sito coerente, efficace e intuibile? Ma chiedo tropo? Che poi quando devi iscriverti agli esami non puoi perché prima devi valutarli e poi devi aspettare dieci minuti ma poi non è che puoi valutarli sempre, nono. Puoi valutarli solo dopo un certo periodo. A me capita che mi aprano le valutazioni 4 giorni prima che chiudano le iscrizioni. Così poi sei 2385746892391 all’orale e passi l’anno dopo, benissimo. No ma vorrei capire, perché dovete tenere chiuse le valutazioni? Cioè ma è una specie di gioco, di esperimento sociale per vedere fino a che livello riuscite ad esaurirci? In tutto ciò ho concluso che i siti sono stati progettati probabilmente da bambini che stavano sperimentando paint per la prima volta, altrimenti non si spiega.

LE COPERTE — Mi spiego: io vedo le coperte di pile no, belline, colorate, super caldose.. poi te le misuri e sono lunghe dai piedi all’ascella. Allora, il dubbio amletico

“Spalle, o piedi, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di freddo e dardi d’atroce gelo
o prender armi contro un mare di coperte fallaci
e, opponendosi, por loro fine?”

(traduzione firmata me stessa) è conosciuto da tutti, cosa lasciamo fuori, le spalle o i piedi? Be perché invece questi geni del male che le fanno non se le inventano di una misura giusta? No perché sarebbe tanto difficile farle 50 cm più lunghe? Che se sono troppo più lunghe mal che vada le rimbocchi così la notte non camminano per tutto il letto, scoprendoti varie parti del corpo? Qua da me c’è meno uno quando mi sveglio (figurarsi la notte) e la mia coperta non fa altro che spostarsi e girarsi, stanotte una volta era tipo a metà ginocchio e una volta era girata a forma di rombo, non so. Questo vi chiedo: fate coperte adatte. Mio fratello poi che è alto più di 1.80 potete solo immaginare il disagio, a lui altro che piedi o spalle scoperte, lui proprio tutto il polpaccio oppure dall’ombelico in su, poverino solo perché è nato lungo.

I GRUPPI DI WHATSAPP — Qui lancio un appello a tutti gli utenti di questa piattaforma molto utile ed è questo: imparate a stare al mondo, ve prego. Allora, perché si fanno i gruppi se poi la gente tanto non risponde? Nel senso, se scrivo sul gruppo “Ehi ragazzi quando ci sareste per una pizza?” e tu visualizzi e non rispondi, ma hai capito a cosa serve un gruppo? No perché se volevo escluderti scrivevo a uno a uno agli altri eh stai tranquillo. Che poi fra l’altro puoi vedere chi visualizza (lo metto in grassetto e rosso che magari qualcuno non lo sa e si regola) i tuoi messaggi quindi fate la santa cortesia di rispondere porca vacca se è una cosa che riguarda anche voi no perché se no poi uno si scoccia, se ne va dal gruppo e fa anche la figura dello stronzo un po’ a sociale. Altro problema dei gruppi whatsapp sono i fenomeni, f e n o m e n i, che mentre organizzi una cosa per un determinato giorno, ti impegni e tutto cominciano a mandare foto, gif, cose stupide, canzoncine, audio mentre sono al cesso per farti sentire il loro personalissimo remake del lago dei cigni, o, ancora meglio, si mettono a proporre di vedersi per altre cose, altri giorni tipo “regà ma una partita a calcetto ce la riusciamo a fare iccsdì”. No ma, allora, lo fate apposta? Io vi odio dal profondo del cuore a voialtri che state lì a disturbare l’organizzazione della gente, ma non potete aspettare? Non potete sentire gli altri tre maschi calcetto dipendenti del gruppo in separata sede? Siete messaggio-stupido-incontinenti? E guardate che il cervello non ce l’ha la prostata quindi forse siete solo cafoni. Da ultimi, i miei preferiti: quelli che hanno un problema personale con te, però non te lo dicono in privato, te lo dicono sul gruppo. Che dico io, gli altri cosa c’entrano? Ma sei serio? E poi ancora meglio sono gli altri che si aggrappano a sta cosa per ricordarsi di quel torto che gli avevi fatto nel 2001 all’asilo e parte su una polemica contro di te ma dico io, ma dimmele in privato le cose che hai solo con me, ma cosa c’entrano gli altri, spiegami.

I LAMPADARI — Allora, i lampadari, come i piedi e una serie di altre cose estremamente disturbanti non mi piacciono. Ora, io ne capisco l’utilità, chiaramente, non è poi così complicata come roba, quello che non capisco è perché sono brutti. Fateci caso, non esistono lampadari belli, esistono solo lampadari brutti. E più i disegnatori-di-lampadari si impegnano a fare lampadari innovativi, belli, fashion o cosa ne so io, più sono brutti. Io quando vivrò da sola penso vivrò con la luce del sole perché proprio i lampadari sono troppo antiestetici, davvero. E niente, come è possibile che nessuno abbia ancora inventato un bel lampadario? Se lo trovate mandatemi pure la foto, io sarò ben lieta di trovare soluzione a questi dubbi.

I FAZZOLETTI DEL BAR — I fazzoletti del bar, se così li possiamo chiamare, hanno due caratteristiche: sono ruvidi e idrorepellenti. Quindi uno non li vuole usare per pulirsi perché si fa del male e se rovesci qualcosa tanto non asciugano. Basta, penso sia sufficiente questo per capire che non esiste un’utilità per questi fazzoletti, io ho provato a mangiarli e non sono nemmeno buoni (si mangio la carta a volte ma solo se sono disperata), quindi non credo di dover spendere altre righe per questo.

L’ENORME ROTOLONE DI CARTA IGIENICA NEI BAGNI PUBBLICI — Allora, cosa succede con questo nostro rotolone. Tu arrivi, fai gli squat perché i bagni pubblici sono popolati da gente incivile (l’ultimo che ho visto, all’ikea, aveva i segni delle suole sulla tavoletta, fate un po’ voi), fai una fatica boia e poi devi tirare giù la carta mentre con una mano ti tieni su i vestiti e, se sei fortunata, nell’altra non hai l’assorbente da buttare. E qui nasce il dramma: provi con una mano e invece che srotolarsi il rotolo si muove avanti e indietro dentro al contenitore (facendo un enorme casino) e quando finalmente riesci a srotolare la carta igienica non sai come romperla perché lei, a differenza dei cracker, il tratteggio non ce l’ha. Quindi, continuando a fare squat devi girarti tutta, tenere su i vestiti con il gomito mentre allunghi la mano per tenere tesa la carta e con l’altra mano strappi. Scusate ma vi pare normale fare tutta sta fatica per pisciare? A me no. Già che dobbiamo fare palestra nel cesso, ce la inventate una carta più facile da usare? Poi certi bagni hanno invece che la carta i fazzoletti del bar sopracitati e li vabbe non ci siamo proprio ragazzi.

LA PAROLA SQUISITAMENTE — Da ultimo cito “squisitamente”, parola che detesto per l’orribile suono che produce quando viene pronunciata e dalla scarsissima, se non inesistente, utilità.

Io a questo punto vi saluto, vi auguro un buon finale di vacanze, spero che il vostro anno sia iniziato bene e vi mando tanti tanti baci.

Myxozoa

I miei dubbi sull’internet

Salve a tutti miei cari follouer, oggi vorrei parlarvi di alcuni dubbi che ho sull’internet, in particolare sul comprare online. Ho molti più dubbi sull’argomento, nella mia vita, ma oggi mi concentrerò su questa piccola parte.

Dunque il fatto è che io mi voglio comprare un set di lenzuola di flanella, per l’inverno perché le ho provate e mi piacciono e non ne ho. Insomma, mi paiono buoni motivi ecco. Ho un letto singolo, vivendo da fuori sede in stanza doppia, quindi cerco lenzuola di dimensione una piazza. No matrimoniale, no una piazza e mezza, una sola unica piazza. Niente, l’altro giorno mi metto a cercare online e che trovo? Forse due set di lenzuola di flanella per letto singolo, tre per una piazza e mezza (posso essere ancora flessibile su questa misura) e 238592898639846092437414 per letto matrimoniale. Ma allora.

Poi vorrei aggiungere che l’anno scorso ho comprato le lenzuola nuove (le mie avevano l’elastico cotto e mi si smontava il letto, che già si smonta così e io ogni giorno mi sveglio con le coperte in orizzontale, a volte direttamente per terra, coperte e anche il cuscino, il lenzuolo tutto arrotolato perché mi ci giro e certe volte pure io sono per terra quindi immaginatevi il lenzuolo con gli angoli ma senza elastico che gioia della vita era per me) e le volevo di cotone, perché nel momento del bisogno non vado certo a fare la vip con le coperte caldose, mi accontento di quelle di cotone rosa con cuori e orsetti (descrizione: lenzuola per bambini, ma almeno le ho pagate 14,99). Niente io voglio solo dire che mentre cercavo queste benedette lenzuola in cotone trovavo solo quelle in flanella. Mo che le cerco in flanella le trovo solo in cotone e pure matrimoniali.

Ma io ho due domande no. Allora, la prima è questa. Ogni giorno apriamo un nuovo sito e il sito ci chiede l’autorizzazione per i cookie che non sono quei biscotti buoni buoni e ipercalorici purtroppo, perché per quelli l’autorizzazione te la do a occhi chiusi, quella e il mio indirizzo per farmeli arrivare a casa, ma sono delle robe che se ho capito bene servono per capire i tuoi gusti e piazzarti in giro la pubblicità fatta apposta per te con i prodotti che cerchi sempre. Vorrei solo dire che a me compaiono sempre i siti della poveranza ecco, è proprio indicativo delle mie ricerche. Ma detto ciò, certe persone pensano che se dici delle parole ad alta voce vicino al telefono questo ti manderà delle pubblicità proprio su quello che dici. Che secondo me è una roba trooooppo bella perché io non so cercare niente su internet e se mi basta solo dire vicino al telefono “quanto vorrei andare in Danimarca” per ricevere pubblicità di offerte di voli Torino-Copenaghen ditemi subito dove devo firmare per rinunciare alla mia privacy, eccomi. Ma con tutte ‘ste premesse, come è possibile che se io cerco “set lenzuola flanella una piazza” tutto mi esce, perfino le offerte di Italo per andare a Napoli, ma le lenzuola di flanella per il letto singolo manco a piangere? Me lo spiegate? E no, non mi viene voglia di spendere 100 euro per bellissimissime lenzuola matrimoniali di cotone che non userò mai, te pare? Quelle voglio, flanella, una piazza.

Ma poi, un’altra domanda. Ma scusate ma perché le lenzuola per letto singolo no? Perché non me le volete vendere? Per quale oscuro motivo non le producete? Ma scusate, tutti voi miei lettori e amici (ma non tutti i miei amici mi leggono e per loro voglio solo dire: spero non troviate mai le lenzuola adatte gnagnagna), tutti anche gli altri che non sono né lettori né amici, ma tutti tutti tutti, usate solo letti matrimoniali? Ma io e le mie coinquiline (cit speciale per la kween Sabri, che ha da poco fatto il compleanno, fatele gli auguri, mi racco) siamo le uniche 4 con il letto singolo? Ma scusate, i letti a castello dell’ikea non vanno più di moda? Oh ma che è ‘sta storia. Poi non so se vi ricordate dell’articolo in cui parlo dei prezzi minimi di just it, solo per coppie o gruppi numerosi, aggiungiamo ora questo dei letti solo matrimoniali, oh ma l’internet ha deciso di far estinguere noi single? Che poi non sono nemmeno single ma cioè vivo comunque da sola e ho le cose per uno. Dopo che tiger ha messo sul mercato centomila cose per la casa e l’arredamento a forma di single (nel senso che puoi comprare i bicchieri sfusi senza per forza vendere l’anima per avere un set da 12 che manco mi stessi sposando con una squadra di calcio) niente, arriva l’internet e ti dice che se vuoi stare al mondo o ti mangi cento chili di cibo per poter ordinare su just it, o ti rifai casa su misura di coppia, letto compreso, oppure niente, muori di fame e dormi senza coperte. Grazie.

Voi che ne pensate di ‘sta storia? Complotto? E’ un tentativo di aumentare le nascite incitandoci ad accoppiarci smodatamente per poter usufruire delle compere su internet senza problemi? Mah.

Comunque niente, volevo anche dirvi che oggi che finalmente è dicembre e si torna a respirare sono andata all’MD (l’MD non delude mai) e ho comprato il bollito di manzo, amore della mia vita, unica cosa che ti scalda veramente il cuore in inverno e l’ho pagato meno ancora del pollo. E’ la svolta, questo inverno mangerò solo bollito e verze. Sono stra felice di questo e ci tenevo a dirvelo.

Vi mando tanti baci e vi auguro di stare al calduccio sotto coperte della misura giusta e con del buon brodino. A presto, Myxozoa <3

La mia giornata no -2

A dire la verità questa giornata è precedente a quella raccontata nel primo articolo di questa serie, semplicemente ve la racconto a distanza di alcuni mesi. Tenetevi forte perché le emozioni sono tante, i colpi di scena anche e ogni volta che penserete “bom basta, cosa può andare ancora storto” qualcosa di peggio accadrà. Se siete pronti io comincio.

PREMESSA – In questa storia io ero a Brescia e dovevo tornare a Torino. Per passare più tempo con famiglia e amici decido di partire di domenica mattina dalla stazione. Problemi: a Capriano (dove vivo) la domenica non ci sono i pullman e l’ultimo che c’è il sabato è alle 16.30; i miei genitori il weekend se ne sono andati quindi niente passaggio fino alla stazione; mio nonno non ricordo che impegno avesse ma non poteva accompagnarmi manco lui. Insomma arrivare a questo treno pareva difficile. Così io, furbona, chiedo in giro agli amici e una mia amica si fa avanti dicendo di potermi ospitare sabato notte. Poi per una serie di motivi sabato mattina ritira l’offerta e io cerco qualche altra soluzione. Chiamo il mio Cugi, che è sempre disponibile ad ospitarmi quando ho un problema di questo tipo, e mi dice che posso stare da lui, posso uscire con loro quella sera ma che arriverà un po’ tardi perché è a un matrimonio.

PRANZO – Mi vedo per pranzo con il mio caro caro amico Pol, andiamo al sushi, poi facciamo aperitivo e ci salutiamo che sono le quattro. Pol quella sera doveva venire allo stesso compleanno a cui mi voleva imbucare il Cugi (diciottesimo della ex compagna di classe di mia sorella) e quindi, visto che avevo 112 borsette con ricambi, fogli, libri da leggere, medicine, trucchi e quant’altro mi dice che posso lasciarglieli in macchina e che me li riprendo quella sera. Ci salutiamo, io vado al coro a salutare e poi panico, perchè mo che faccio?

TARDO POMERIGGIO – Chiamo mio fratello Elia, a casa da solo, per chiedergli se ha voglia di raggiungermi con il famoso pullman delle 16.30 e stare un po’ con me che sono tutta sola (ricordiamo che gli amici sono quasi tutti spariti, mio Cugi è al matrimonio e Pol è via per riunioni). Elia non ne ha voglia ma accetta, tanto sa che lo vizio sempre e infatti gli compro una focaccia, io mi prendo un caffè, giroliamo per Brescia venendo mangiati dalle zanzare e poi, purtroppo, arrivano le 19.30 e deve tornare con l’ultimo pullman che lo porta a casa. Tecnicamente a quel punto i miei amici dovevano essere liberi, chiamo Pol e non risponde, chiamo mio Cugi ed è ancora al matrimonio e mi dice “Sto partendo ora, ci metto un po’, se vuoi vai a casa mia intanto” (ricordatevi “sto partendo ora” alle 19.40, è importante). Io avevo un solo biglietto dell’autobus, e avevo anche dei soldi, ma non volevo spendere quei soldi così a casa di mio cugino non ci sono andata, in modo da usare il biglietto che già avevo la mattina dopo. Così sono andata in centro e qua inizia il delirio vero.

PRIMA SERATA – Continuo a cercare di capire dove sono i miei amici, seduta su una panchina in centro a bere litri di acqua e fumare qualche sigaretta, il Cugi non risponde, Pol risponde ogni tanto finchè mi dice che viene direttamente in Carmen Town alle 21.15, io devo fare pipì ma ormai sta chiudendo tutto quindi non mi danno un caffè, prendo un’acqua ma così poi mi scappa altra pipì e diventa una spirale della perdizione profondissima.. Alle 21 circa mi avvio verso questo Carmen Town, che è un locale, ma quando arrivo non trovo né Pol né nessuna festa di compleanno (piccla parentesi: le persone credono che dire “Carmen Town” -che è il locale- sia equivalente ad indicare “il Carmine” che è un quartiere e infatti la festa era nel quartiere Carmine ma non al locale, per questo non l’ho trovata). Entro, prendo una birra (costosa, giusto perchè, ricordiamocelo, io non volevo spendere), faccio amicizia con il barista e poi comincio a leggere “Cime Tempestose”. Pol non arriva e non risponde al telefono, mio cugino mi comunica che è a Bergamo (vi ricordate “Sto partendo”? Ecco, era falso, falsissimo). Mia sorella cerca di tenermi compagnia con i messaggi, indignata per la situazione, Pol ha tempi di risposta di circa un’ora fra un messaggio e l’altro e i messaggi sono tipo “Arrivo più tardi” “Arrivo ancora più tardi” “Anna non vengo” e io sono tipo “Ma cos ma perché ma le mie medicine le rivoglio vieni uffi”.

LA “TARDONA” – Una donna si siede accanto a me, mentre leggo sempre “Cime Tempestose”, si prende un cocktail con il suo accompagnatore e comincia a sbirciare sul mio libro. Io non ho alcun problema a riguardo, quindi la lascio fare. E lei comincia a parlarmi: “Scusa… scusami, io — non volevo, ecco, però… sai mi è scappato l’occhio… e — giuro, non ho fatto apposta, però ho letto proprio due righe del tuo libro, solo due”. E io “mm ok”, lei: “ma è un libro bellissimo, di cosa parla?”. Ora, io avevo letto tipo 10 pagine ed era evidente che avessi letto così poco, gliel’ho fatto capire ma lei ha continuato a parlare chiedendomi cosa studio, che faccio, si vede che sono una ragazza intelligente e blablabla e poi “Anche io alla tua età avrei fatto così, da sola in un bar, senza nessuno, solo in compagnia di un buon libro” (e, aggiungo io, dell’alcol, perché la seconda birra a stomaco vuoto stavo cominciando a sentirla). Finalmente mi scrive qualcuno, io tutta esaltata guardo chi è sperando che qualche mio amico sia resuscitato, anche perché mi si stava scaricando il telefono, ma è Agata. Sta tipa mi dice “ma che ti importa di chi ti scrive, loro non sono qui! Meglio in compagnia di un buon libro che delle persone sbagliate”. Conclude chiedendomi la mia età e dicendomi “Ah, io sono una tardona, ho quasi 30 anni” e io che gliene davo 40 ci sono rimasta male, ma anche perché a 30 anni non sei una tardona dai. Comunque sono uscita dal bar a farmi una sigaretta perdendo il posto al banco.

PACI – A questo punto il telefono è morto, rip. Mi siedo per terra fuori e per puro caso passa un mio amico, Paci. Grazie a Dio perché non sapevo più come fare a stare da sola vagando (erano le 23.30 a questo punto, ed ero sola dalle 19.30, 4 ore di vagabondaggio, alcol e sconosciuti che dicono cose strane). Mi chiede cosa ci faccio sola seduta sul marciapiede un po’ disagiata, gli spiego e lui impietosito mi dice “Dai, vieni con noi, tanto siamo qua dietro”. Ook, vado, metto in carica il telefono dentro il bar, sto con loro bevendo un po’ di birra e dopo un’oretta, finalmente, arriva mio cugino. Arriva e mi chiede se voglio andare a casa. A quel punto io non ero più lucidissima, e mi scocciava essere stata lì 5 ore per poi andare a casa, così decido di restare. Lui porta a casa la sua ragazza e passa a prendermi le medicine. Sembra l’epilogo perfetto.

TARDA SERATA – E invece no. Io e un amico di mio Cugi, un amico che per rispetto della privacy chiamerò M, ce ne andiamo a spasso per il centro, arriviamo al famoso diciottesimo che è finito, incontro tipo chiunque e attacco bottone, comincio ad essere stanca, mio cugino non arrriva.. E poi arriva, è passata già l’una e io ho il treno alle 9. Il massimo. Ce ne andiamo ancora a zonzo, si prende da bere nel bar dove ero andata con Paci e poi ci sediamo, parlando di scemenze per boh, un’ora quasi. Mi viene un attacco di fame (ricordiamoci che non ho cenato per non spendere) ma non ho niente da mangiare, nessuno ha niente. M ha della carta, del libretto delle superiori e così mi accontento di mangiare quella ma faceva troooppo schifo, tutta piena di inchiostro quindi in realtà ne ho mangiato un pezzo piccolo e il resto l’ho buttato. Dopo le due decidiamo di tornare a casa, perché cominciava ad essere tardi. Mio cugino non abita attaccato alla stazione e il mattino dopo devo alzarmi presto.

A CASA DI CUGI – Anche M viene a casa con noi, non in condizioni di tornare alla sua casa con la bici, e dobbiamo dormire insieme sul divano letto matrimoniale nella sala. Io mi corico immediatamente, per dormire almeno 4 ore mentre Cugi e M proseguono con la serata. Ad un certo punto uno strano rumore mi sveglia, un rumore tipo di pipì. Mia zia ha un cane, così mi sveglio pensando “Che palle, Benny che fa la pipì in casa non ci voleva, ora come faccio?” ma mentre prendo coscienza e penso a questa cosa mi accorgo che Benny in realtà sta dormendo sul letto in fondo ai miei piedi. Quindi cosa è il rumore di pipì? Mi giro e c’è M che sta facendo pipì per terra, da sdraiato sul letto. Io boh, sconvolta e incazzata cerco di farlo ripigliare e cacciarlo al bagno mentre lui mi risponde tipo “Ma che ti importa, per terra non c’è niente” ma cos ma la pipì per terra in casa degli altri non si fa, nemmeno in casa propria, ma in casa degli altri proprio no dai. E niente ho avuto gli incubi su quest’immagine di pipì per terra per giorni.

Comunque il treno l’ho preso alla fine e avevo le mie medicine, quindi tutto ok.

Fine

La mia giornata no -1

Buonasera a tutti, o buongiorno a seconda di quando leggete.

Data la grande quantità di giornate no che ho nella vita, ho deciso di scriverle sul blog, così, per aumentare un po’ il numero di articoli. Perché comunque, per quanto no, le mie giornate hanno sempre qualcosa di assurdo, quindi ci stanno bene qui tra gli svarioni. Ne ho avuta una spettacolare a settembre e di quella vi parlerò senz’altro, ma dato che mi ci vuole un sacco di tempo (l’assurdità di quel giorno è incommensurabile) e sto studiando, facendo un po’ di ripetizioni, curando una relazione e cercando di mantenere i rapporti sociali, per quella dovrete aspettare che mi fermi un po’. Dunque vi parlerò di oggi.

Parto premettendo che ho un esame fra 8 giorni circa, sono un pochettino tirata e quindi devo studiare parecchio. Stamattina, quindi, avevo deciso di svegliarmi alle 8 per studiare un’oretta. Fatto sta che mi sveglio con la testa che mi gira come se fosse il blutornado di Gardaland e di alzarmi non se ne parla, quindi la posticipo alle 8.30. E poi alle 8.45, alle 9, e via così di 15 minuti alla volta, ma sto capogiro non se ne va e finisce che mi riesco ad alzare alle 10.15 (la lezione iniziava alle 10), sconsolata per aver buttato così il mio tempo. Alle 11 inizio a studiare (piccola parentesi, ho smesso di studiare tipo alle 18) e fin qui, a parte il disagio nell’alzarmi, tutto ok.

Durante il pomeriggio di studio, la lavatrice decide di seguire le orme del Po e di allagare un po’ tutto, perché dato che fa caldo avevamo bisogno di un bagno. Dopo tante pensate,  l’unica soluzione pare sia smontare (da sole) il tubo della lavatrice per trovare ciò che lo sta intasando (tanto non esiste, abbiamo recentemente pulito il filtro) improvvisandoci piccole idrauliche. Che a quanto pare, insieme al nuoto sincronizzato di tutte e 4 noi e l’allevamento di carpe nella doccia è lo sport nazionale di casa. Tranquilli, non l’abbiamo fatto; avessimo seriamente smontato il tubo probabilmente ora non starei scrivendo ma nuotando lentamente verso la foce del Po, visto che ancora un po’ che andiamo avanti così l’acqua di casa nostra diventerà il suo affluente principale. Giusto per non peggiorare una situazione che è già abbastanza peggiore di suo, per tentare di asciugare siamo costrette a tenere aperto, ma ci sono tipo 7 gradi e quindi rischi l’ibernazione. Praticamente qua a casa muori: annegato o ibernato, comunque sia alla fine muori.

Verso le 19, per non raggiungere lo stato mentale di delirio assoluto, decido di fare una pausa distesa sul letto (vi assicuro che 8 ore su questa sedia ti fanno venire la spina dorsale a forma di scarabocchio) a guardare una puntata di Lost. Indovinate chi decide di scaricarsi senza darmi l’avviso così lo schermo si spegne rovinando la mia piccola pausa studio? Il computer. Grazie. A questo punto ho fame, ma non ho fatto la spesa, mangio legumi e zucca da così tanto tempo che sto diventando arancio pure io, così decido che per oggi Just Eat is da way. Dopo una sofferta ricerca (che razza di prezzi minimi hanno raga, 30€ di spesa minima, ma poi ci fosse un piatto per single che costa così, no devi prenderti 10 piadine per raggiungerli, insomma Just Eat vuole far morire di fame i single, come se non si fosse già tristi così no nella vita, grazie.) riesco a trovare il piatto della vita (no non è vero, magari), faccio tutto lo sbattone, crea account, nome cognome, carta, mio nonno in cariola e tutto quanto, confermo l’ordine e cosa decide la tecnologia ignobile che vuole solo confondermi? Decide che io devo pagare in contanti. Qualcuno mi spieghi il senso di inserire i dati della carta per pagare in contanti, vi prego, io boh. Così niente, dopo una giornata passata in casa a studiare, dopo aver cercato inutilmente qualcuno disponibile per un aperitivo, dopo aver preso il cibo online perché è tardi ormai per uscire di casa, devo uscire per forza a prelevare. Ma grazie, a saperlo uscivo a fare la spesa, la lidl è aperta alle 20. Sono uscita con i jeans e la felpa del pigiama e sopra il giubbino, sappiatelo.

Dulcis in fundo, il signore delle consegne arriva, scendo a prendere il cibo e a pagare (in pigiama e ciabatte) e questo, che il tatto l’ha mandato al macello insieme alla mucca con cui mi hanno fatto l’hamburger, mi fa (da qui “C”=consegnatore e “M”=Myxozoa o me medesima, come volete):

C: “Posso fare una domanda?” – M: “Si, mi dica” – C: “Ma hai la barba?” — ma scusa, ma se me lo chiedi è perché l’hai vista e se l’hai vista per quale oscuro motivo mi stai chiedendo se ce l’ho, hai forse il dubbio che io attacchi una barba finta alla mia faccia così per sport? Probabilmente sì, perché immediatamente dopo mi chiede: “Posso toccarla?” E io boh raga, ma perché? Non è la prima volta che mi capita, ma io mi chiedo, anche non fosse barba non me lo chiederesti di toccarmi tipo i capelli, fossi uomo non mi chiederesti di toccarmi la barba quindi perché qualcuno sceglie di non avere tatto e anche fare una richiesta imbarazzante di questo tipo. Raga io chiedo l’aiuto da casa, grazie.

Vi auguro tante giornate sì, baci, Myxozoa

Pubblicità al femminile

Buongiorno a tutti cari lettori, o meglio, per oggi, care lettrici. Sì, perché oggi voglio parlare di bellissimi spot pubblicitari diretti principalmente alle donne per dolori del ciclo, assorbenti favolosi e cose di questo tipo, quindi maschietti mi spiace ma oggi per voi non ho niente. In realtà ho provato a cercare “pubblicità eiaculazione precoce” e ho trovato un solo spot, quello dei fiammiferi, per altro molto carino, idea non banale, realizzazione bellina però era l’unico. Sotto la voce “come faccio ad avere il pene più lungo pubblicità” invece non ho trovato proprio niente di bello e ho lasciato perdere, mi spiace.

Dunque, partiamo subito analizzando le pubblicità sul famoso “prurito intimo”. A dirla tutta non c’è molto da analizzare, gli spot sono praticamente identici fra di loro since quando la donna più vecchia fra noi ne ha memoria, cambiano solo le attrici. Si svolgono tipo “Ehi mamma, ho un fastidioso….. prurito intimo” “Oh tesoro, anche a me succede, prova con -nome del farmaco che preferite-” “Grazie mamma, ho risolto tutto” sorrisi, baci e abbracci. A parte il fatto che sfido chiunque tra voi a dichiarare di aver mai detto una cosa del genere alla propria madre o che usa seriamente la formulazione “prurito intimo”, io mi chiedo: ma chi ve li dà i soldi per fare pubblicità sempre uguali? Perché dovrei scegliere una crema al posto di un’altra se alla fine sono uguali, almeno per come le vendete? Ma poi perché sempre le donne hanno pruriti intimi? I maschi passano metà della loro giornata con la mano sul pacco, non ce l’hanno loro un prurito intimo? Niente pubblicità per loro, ce l’hanno e se lo tengono? Ho tanti dubbi su queste pubblicità che non ho risolto. Ricordo solo che la prima volta che ho visto una pubblicità di questo tipo (ero grandicella perché non ho mai avuto la tele quindi posso ricordarlo) la mia reazione più o meno è stata: “Mamma ma perché se ha prurito non si gratta?” togliendo istantaneamente tutta la magia della cosa.

Ora che abbiamo capito che queste pubblicità sono sostanzialmente inutili, passerei ad altre che non sono inutili ma sono tendenzialmente false. Mi riferisco alle pubblicità sui dolori per il ciclo. Più o meno tutte ne soffriamo, in modo più o meno accentuato, fastidioso, debilitante e impediente. E quindi tutte noi abbiamo cercato dei rimedi: i famosi rimedi della nonna, acqua e limone che fra un po’ lo usi per curare anche le ernie, acqua calda sulla pancia, stare abbracciate al cuscino in posizioni che anche il miglior insegnante di yoga può solo accompagnare, medicinali omeopatici, medicinali non omeopatici, tranquillissimi antidolorifici, antidolorifici più spessi fio ad arrivare alle droghe pesanti tipo l’eroina pur di non sentire nulla. Ok, forse a questa non ci siamo arrivate perché prima di bucarci abbiamo saggiamente pensato di rivolgerci al medico che probabilmente, nella maggior parte dei casi, ha risposto: “Tieniteli”, mentre nei casi più gravi ha consigliato la pillola (ieeeeeee questa cosa miracolosa che te la spacciano come se potesse curare anche l’innioranzah). Bene, quindi né la nonna né il medico hanno saputo aiutare. Ma la pubblicità si. La pubblicità ha risolto uno dei più gravi problemi che periodicamente affligge metà della popolazione e te lo vende anche. Male, perché gli spot mostrano donne isteriche che sbattono il fidanzato fuori di casa in un attacco di male di vivere, però te lo vendono ‘sto rimedio. Ma se nemmeno il medico lo sa, perché Buscofen sì? Io non l’ho provato, voi si? Che ne dite? Hanno davvero trovato l’Atlantis dei medicinali per problemi esclusivamente femminili? Fatemi sapere la vostra esperienza, io nel mentre continuo a vedere povere donne accoccolate sul letto in attesa che anche questi 5 giorni finiscano.

Infine vorrei parlare delle pubblicità degli assorbenti. Ne ho guardate davvero davvero tante per scrivere questo post, anche pubblicità degli anni ottanta e raga sono sempre uguali. Ti spacciano i loro assorbenti come quelli migliori che si adattano così bene che non li senti, ali “di farfalla” (che non si è capito in cosa differiscano dalle ali non di farfalla fra l’altro), più lungo qua, più assorbente con fori a cono di là, assorbe gli odori (balla epocale, non fidatevi mai), non danno fastidio, non si scollano, non si incollano, non li vedi, insomma non esistono. E poi belle no le donne negli spot che ti dicono “sentiti libera” 🙂 ma si che mi sento libera, a meno di non stare morendo di dolore mica smetto di fare cose perché ho un assorbente addosso, per quanto fastidioso che sia. Ormai siamo tutte quante abituate a fare cose con il ciclo, quindi (e mi aspetto succeda a breve) l’innovazione sarebbe un assorbente che ti fa fare cose che normalmente non puoi fare, tipo boh volare. Comunque ne segnalo una davvero bella, penso della lines, dove una tizia balla su un enorme assorbente lattiflex mentre delle gocce cadono tutto intorno e alla fine lei toglie la mano da questo materassino-assorbente e mostra di aver lasciato l’impronta (per mostrare che si adatta perfettamente al corpo e blabla) e niente, sembra la pubblicità dei materassi memory-form più che di un assorbente. Forse se ne compriamo tantissimissimi e ci facciamo un materasso otteniamo un comodissimo memory a un prezzo minore? Qualche volontario per testare questa teoria?

Per oggi è tutto, sono davvero divertita da queste pubblicità che mi paiono proprio senza senso, voi che fate? Vi fidate? Avete trovato l’assorbente della vita? Perchè io no, ecco. Falzih.

Ma poi, secondo voi, che c’entrano le farfalle con le nostre parti intime e gli assorbenti?

Nomi bellissimi o forse non troppo

Tutti abbiamo un nome. Alcuni hanno nomi carini come Andrea o Agata (che sono gli unici due nomi italiani che mi piacciono e comunque anche spostandoci fuori dall’Italia la lista non si amplia poi tanto – ma questa forse è un’altra storia); altri invece saranno figli miei e quindi mi spiace Cesare e Diana (ringrazia solo che papà mi ha convinta a non chiamarti Artemide), era premeditato ma a me andava così e giuro che non mi sono drogata mentre li sceglievo. In ogni caso, brutto o bello, lungo o corto, imbarazzante o no che sia il vostro nome tutti i nomi hanno un significato, e credo tutti lo sappiano. Forse però non conoscete questi significati e ho pensato di mostrarvi i più simpatici per vedere insieme cosa in effetti rappresentiamo in base al reale significato del nostro nome.

Partiamo dal nome che mi ha dato ispirazione per l’articolo, ovvero Riccardo. Riccardo è un nome di derivazione germanica che dovrebbe essere l’unione dei due aggettivi “rich” e “hard”. Ora pensate, arriva un ragazzo, mostra il suo migliore sguardo seducente (come Azzurro nei film di Shrek per intenderci – o Flynn Rider, l’amore della mia vita) e si presenta: “Ehi bella… Io sono Ricco… E Duro.” 😉 😉 😉 😉 😉 . Io penso cadrei ai suoi piedi. Dove è il mio Flynn Riccardo ricco duro faccine? Forse sarebbe un po’ zarro ecco però possiamo superarlo allegramente. Io, mi chiamassi Riccarda, mi presenterei sempre così, è tipo un biglietto da visita, una garanzia, non so è magnifico.

(Sto usando i nomi dei miei amici, poverini. Non offendetevi, vi amo tutti e mi permettete di scrivere.)

Ok, passiamo ad un altro composto che analizziamo separatamente. Partiamo da Giorgio, che significa ‘colui che lavora la terra’ e anche qui comunque, con questa febbre del contadino (dalla quale sono affetta comunque) è sempre un buon modo di approccio: Giorgio, ascolta me, se ti presenti con “Ciao bella puledra, io lavoro la terra” salti il passaggio in cui vai su ‘Il contadino cerca moglie‘ e convoli diretto a nozze. Non otterresti lo stesso presentandoti con un semplice “Ehi, io sono Giorgio”, fidati. Ma vorrei spingermi oltre: aggiungendo il nome Pietro, che tutti sappiamo significare pietra. Allora, posto che i nomi sono praticamente tutti brutti, perché uno dovrebbe chiamare il proprio figlio “sasso”? Boh, non capisco davvero; forse spera che diventi tenero e carino come quei sassi rotolanti e parlanti di Frozen che poi comunque sono Troll, in ogni caso noi non lo sapremo mai (se tra i lettori qualcuno ha idee non esiti a scrivermele, mi raccomando). Ma la cosa meravigliosa è quando il figlio lo chiamano Piergiorgio. Io giuro che non voglio discriminare nessuno, ma gente state chiamando vostro figlio “pietra che lavora la terra” cioè ci è mancato tanto così a chiamare vostro figlio “aratro”, attenzione. E così con gli altri nomi composti con “Pier-”, tipo Pierangelo che sarebbe angelo di pietra no. Però non ci fermiamo qui, sapendo che Angelo significa “messaggero” e quindi alla fine Pierangelo = messaggero di pietra. Mi immagino quanti messaggi possa portare angelo di pietra.. in pratica state rendendo vostro figlio inaffidabile già di base. Un altro carino è Piergiulio, che significa niente meno che “pietra che discende da Giove” e io mo me lo sto immaginando sto bambino che in realtà è una meteora e non arriva con la cicogna come tutti gli altri ma si stacca letteralmente da Giove e in qualche modo finisce sulla terra con le sembianze di un bambino, ma di pietra. Mmm credo che questo sia uno degli insegnamenti di oggi: non usate mai mai mai Pierangelo come tramite. Usate Piergiorgio per ararvi i campi. Trattate Piergiulio come la stella cometa che in effetti è.

Un altro nome molto simpatico è Marta, che significa “Signora, padrona e dominatrice”. Io penso che sia meglio evitare di presentarsi con questi epiteti, detto sinceramente. Lasciamoli a certi siti di mistress bondage e altre cose e insomma, Marta va benissimo. Qualcuno altrimenti potrebbe fraintendere.

Carlotta; è il nome che mi sono autonomamente data, ovviamente senza saperne il significato. A quanto pare fa parte di quei nomi, come Andrea, che derivano da parole che significano in effetti “uomo”. Sappiatelo. Se chiamate vostra figlia Andrea, Carla, Carlotta la state chiamando uomo. E pensate all’effetto che farebbe “Ciao, io sono uomo” mmmmm no, non troppo carino. Cioè io posso anche farlo perché ho la barba e aggiungerebbe solo un po’ di comicità alle presentazioni che faccio che sono già spesso assurde, però in generale non so; non tutte le ragazze potrebbero essere contente di chiamarsi uomo, io penso. Poi tipo mai dare due nomi come Carlotta e poi Anna che uno significa “dolce buffo uomo” e l’altro “grazia divina, pietà e graziosa” e viene fuori una roba orribile davvero, no evitiamo proprio.

Marco non è un nome così spaesante come poteva essere Piergiorgio l’aratro, o Carlotta Anna il buffo e dolce uomo graziosa pietà. Significa solo consacrato a Marte, dio della guerra. Però raga, anche voi non siete messi poi così bene, nel vostro nome ci sta proprio una volontà profonda di appoggiare la guerra. Questo condiziona molto la vita di ognuno sai poi non riesci ad essere anche pacifista senza avere problemi di personalità dissociate (che prima di leggere l’articolo non avevi visto che non sapevi il significato del tuo nome muahahahahaha quanto sono malvagiah).

E ora una cosa bellissima, che ho appena scoperto. Il nome Francesco (presente per altro nella mia famiglia da tantiiissime generazioni) significa francese. Cioè voi state chiamando vostro figlio francese. Come boh il brie. E in più i francesi sono snob, odiano tutti e tutti li odiano, come gli ingegneri più o meno. Perché volete fare questo a vostr* figli*? Questa è una condanna, non è un nome. Già che boh “francese” possiamo chiamare chi vogliamo, ma “inglese” o “tedesco” no ad esempio, e mi pare solo così un po’ brutto e discriminante. Poi pensate ai francesi che si chiamano Francesco (in francese) che razza di casino: “ciao sono francese e sono francese”; patrioti veri, loro. Ma poi perché? I francesi no, vi prego, non ci piacciono. Per dire, il nome Davide (così a caso) significa “amato”. Perché chiami tuo figlio francese quando puoi benissimo chiamarlo amato? Buh, ai posteri l’ardua sentenza.

Sta venendo un articoletto lunghetto, ci sono sicuramente altri millemila nomi con significati assurdi ma onestamente non me li posso cercare tutti quindi, se volete, scrivetemi quelli che vorreste io prendessi in giro. Mi raccomando, anche oggi tenete a mente gli insegnamenti: i composti sono rischiosi a prescindere, specialmente se fatti con Pietro. Per gli altri controllate il significato perchè potreste seriamente chiamare vostra figlia “uomo” o “accumulo di materiali rocciosi-terrosi trasportato o depositato da un ghiacciaio” (vediamo chi lo indovina), o tante altre cose stupende quindi stateci attenti, tanto i nomi sono brutti tutti uguali quindi almeno scegliamoli con cura per il significato.

A presto carissimi,

Myxozoa <3

L’Artista

La rubrica sta raggiungendo esemplari così magnifici che dovrei cambiare il nome da “Cuori infranti” a “Testicoli infranti”, ovvero “Come certi ragazzi riescono a farti crescere le palle solo per fartele cadere”.

Detto ciò, altro pezzo forte, un pezzo da collezione oserei dire, è l’Artista. Chi è costui? Tendiamo solitamente a banalizzare la sua figura e, di conseguenza, la sua opera, definendolo “morto di fiorellino”. È proprio lui, ragazze, quello che se ne inventa di ogni genere, forma e dimensione pur di ottenere almeno un’innaffiata al vostro fiorellino. Vi chiederete: “Ma quello non era Biscottino?”. No, fiorellini miei. L’Artista è un proto-biscottino, è l’ameba nel gradino evoluzionistico, il bozzetto prima del capolavoro, insomma è un biscottino molto più disperato e molto più scemo.

Partiamo, come sempre, dal pensiero profondo che dovrebbe precedere sempre le azioni (in questo caso il provarci spudoratamente) che occupa la mente del nostro Artista. L’innaffiatoio di questo particolare molliccio non si svuota da un po’, la sua acqua sta cominciando a fare i girini e sente davvero bisogno di versare su un qualsiasi fiorellino. Per questo motivo utilizza i modi più svariati per attirare l’attenzione di tipo qualsiasi ragazza esistente sperando che almeno una ci caschi e poi resti ferita (perchè, ricordiamocelo, i casi di questa Rubrica non sono mai quelli in cui poi vissero tutti felici e contenti). Perché lo chiamiamo Artista? Perché ragazze, questo uomo è un vero genio e riesce ad inventarsi le scuse di approccio più assurdo pur di ottenere ciò che vuole.

Uno dei metodi più frequentemente usati è quello dello stalking. Artista conosce una ragazza, innaffiatoio non vede fiorellini dal pleistocene, manda messaggi confusi al molliccio che, preso dalla foga di poter finalmente svuotare suddetto innaffiatoio, non riesce a mettere insieme due pensieri coerenti e si lancia in fretta e furia all’inseguimento del povero fiorellino. Dato che il molliccio è davvero confuso, non si rende conto che mandare messaggi in continuazione chiedendo di poter innaffiare anche in cambio di soldi o in cui si finge un idrante anziché un comune innaffiatoio non è carino e soprattutto lo rende denunciabile; così persevera in questa sua grandiosa opera in cui riesce contemporaneamente a imbarazzarti, spaventarti, farti arrabbiare, farti provare una certa pena e farti venire voglia di passare all’amore reciproco fra fiorellini senza pensare più a mollicci e innaffiatoi.

Un’altra tecnica riconosciuta come valida dal nostro Artista è quella di trasformare tutto ciò che le ragazze dicono in una richiesta di farsi innaffiare il fiorellino. Del tipo “Oggi ho avuto una giornata stressante” “Eh, è perchè non sei abbastanza innaffiata”; oppure “Mi stai simpatico” (dopo tipo 10 minuti che vi parlate) “Sì, ho pensato subito che c’è una certa chimica fra di noi – settordici faccine marpione e occhiolini” e via dicendo. Il meglio arriva quando la ragazza esprime chiaramente le proprie intenzioni dicendo “Non mi interessa essere innaffiata da te” e il molliccio riesce a decodificare tale messaggio trasformandolo in “Voglio troppo essere innaffiata da te”, utilizzando poi questo messaggio falsato per dare la colpa alla ragazza dei suoi metodi di approccio: “Ma come, sei stata tu a dirmi che volevi essere innaffiata!” e niente, ti cadono le braccia. E i petali. E le palle che non hai. E forse anche dei neuroni, perchè dopo questa ti resta solo da gettarti sulle canne per sopravvivere alla stupidità umana.

Infine, c’è il metodo della pesca a strascico. Il molliccio ha la testa super piena di stimoli mandati dall’innaffiatoio e, preso da uno schizzo di mancata coscienza, si mette a chiedere di innaffiare tutti i fiorellini di tutte le ragazze che incontra e in modo molto diretto. Si sa mai che qualcuna prima o poi abbocchi.

Fiorellini miei, so che non siete così sciocchi da cadere nelle braccia dell’Artista, che così goffo com’è fa quasi tenerezza. Non disperate però se trovate tutta questa varietà di innaffiatoi con l’ormone impazzito: non siete da sole (ci sono io che sto qua a parlarvene infatti). Inoltre, purtroppo, su 100 ragazzi che incontrerete buona parte sarà composta da mollicci e non è colpa vostra che ve li trovate tutti così, loro sono già così. Dobbiamo solo imparare a riconoscerli, scartarli, lasciarli evolvere e andare oltre. Prima o poi arriverà anche per voi il vero Principe Azzurro. Fortunatamente l’Artista è quasi del tutto innocuo e si palesa molto velocemente, evitando a tutti sofferenze e pene d’amore. Grazie Artista, sei uno dei pochi che ci permette di non cadere fra le braccia sbagliate e di questo ti siamo grate. Un consiglio: evita di mandare messaggi espliciti e di stalkerare, non è davvero una bella mossa e ti mette in cattiva luce sotto ogni punto di vista esistente.

P. S. ultimamente sto incontrando così tanti ma così tanti ma così tanti idioti che provo sentimenti che non sapevo nemmeno esistessero, tipo l’omicidio. Mi fanno addirittura rivalutare il Principe Cacca. Ve lo dico per mettervi in guardia: l’omicidio non è legale e non è che se tutti sono peggio di Principe allora Principe è bravo. Continua ad essere stronzo.

Se volete, potete lasciare un’offerta al Centro di Ricerca per l’Evoluzione dei Proto-biscottini, per un mondo migliore.

Con affetto, Myxozoa